Amici dell'emissario - Capistrello

Le Cagnarelle

Le “cagnarelle” sono una particolarissima figura molto diffusa lungo tutto il corso del XX secolo a Capistrello connotandolo in modo molto particolare insieme a quello di altre figure tipiche del paese: i minatori e gli scalpellini.

Questa tipica attività è tutta compresa nel nome stesso; “cagnarelle” è un termine derivato dalla voce dialettale della parola “cambiare” che si traduce con “cagnàë” o “scagnàë” anche se in questo caso specifico nella traduzione in italiano sta ad indicare “barattare” / ”baratto”, e veniva svolta prevalentemente dalle donne del paese.

Le cagnarelle quindi non erano altro che persone che esercitavano la prima e più rudimentale forma di commercio conosciuta: lo scambio diretto di beni. Esso era un tempo molto diffuso nel mondo agro-pastorale, poiché caratterizzato da una scarsa disponibilità di moneta rispetto alla disponibilità di beni che potevano essere prodotti direttamente.

A Capistrello Il baratto venne adottato in maniera massiccia nell’ambito di una economia di sussistenza gestita quasi esclusivamente dalle donne. In questo modo esse garantivano un minimo di disponibilità materiale e/o economica nell’attesa del ritorno degli uomini, mariti o genitori, dai luoghi di emigrazione.

Il commercio si svolgeva tra i vari paesi dove era autorizzato loro l’esercizio. La quantità della merce scambiata era esigua in quanto essa era trasportata per lo più portandola sulla testa e solo raramente sul dorso di animali. Le merci erano costituite principalmente da alimenti: grano, farina, legumi, verdure di campo, orapi (Chenopodium bonus-henricus), olio.

Un prodotto in particolare ha caratterizzato questa forma di commercio: i lupini  (semi del Lupinus albus) che potevano essere coltivati direttamente nei magri terreni montani del paese oppure acquistati nel più ricco mercato di Sora (FR). Questi, raccolti o acquistati, venivano lessati in casa e poi portati al fiume per “curarli” tenendoli in ammollo per circa una settimana al fine di far perdere loro il sapore amaro. Così preparati venivano messi in recipienti, con acqua e sale, e venduti nelle piazze e nelle fiere dei paesi del circondario.

Le donne che svolgevano quest'attività venivano chiamate comunemente lupinare, cosi come con il termine lupinarierano individuati genericamente gli abitanti di Capistrello. Caratteristici erano i richiami che venivano utilizzati per attirare l’attenzione dei clienti: “jamme agli lopini” oppure “ecco i lopini”.

L’attività era talmente diffusa e le donne che se ne occupavano talmente tante da coprire tutte le piazze di vendita della Marsica e nella seconda metà degli anni ’30 venne composta una speciale canzone che metteva in relazione le varie località marsicane con le lupinare dei diversi rioni di Capistrello da cui esse provenivano. La canzone “La Lupinara”, composta in età giovanile da Luciano Di Felice, è stata recentemente recuperata dalla memoria di alcune donne che la cantavano in passato e introdotta nel repertorio del coro folkloristico Agorà 81.