Amici dell'emissario - Capistrello

Monumento a Piero Masci

Piero Masci nasce a Capistrello (AQ) il 25 giugno 1925 da Augusto Masci e Giovanna Di Domenico.

Successivamente la famiglia emigra in Libia dove il padre, scalpellino di professione, apre una cava di pietra.

In Libia, fra Tripoli ed el-Azizia,  si svolge tutta la sua giovane vita fra la comunità degli italiani ivi residenti1; nel 1930 la nascita del fratello Manlio rappresenta per lui una prima grande prova  di vita: egli deve sacrificare parte di sé per fare spazio al fratello che, nato cieco, ha bisogno di attenzioni particolari.
Vive la sua infanzia maturando sentimenti di solidarietà che lo accompagneranno fino alla sua scomparsa.
Frequenta con profitto le scuole locali sia primarie che superiori presso l’Istituto Tecnico per Geometri imparando anche a parlare e scrivere in arabo.

Nell’autunno del 1942 con l’incalzare della guerra fa ritorno con la madre ed il fratello a Capistrello,  il  padre ritarda invece la partenza per curare la sistemazione dell’impresa di cui era titolare.
Gli eventi della guerra impediscono questo ritorno che si realizzerà solo nel 1946 dopo un lungo periodo di prigionia.

In paese la famiglia di Piero fu accolta dai parenti andando ad abitare prima nella vecchia casa materna  per trasferirsi successivamente  in una casa più ampia.
Trascorre così un anno durante il quale allaccia relazioni d’amicizia con i suoi coetanei  con i quali condividerà i momenti felici e tristi che quel particolare periodo riesce ad offrire.

Dopo l’8 settembre 1943 le truppe tedesche iniziano un inesorabile processo di occupazione del paese che sistematicamente viene saccheggiato per recuperare vitto  ed alloggio alle truppe di passaggio.
Capistrello era posto nelle immediate vicinanze della linea Gustav  e lungo uno dei principali assi viari, la strada Statale SS 82 della Valle del Liri, di collegamento con il fronte essendo Cassino dista appena 80 km.

Piero Masci e la famiglia sono costretti ad ospitare un sottufficiale delle truppe tedesche che stanziava nel paese.
In questo contesto di sopraffazione e di debolezza familiare Piero avrà sicuramente cercato  di instaurare un rapporto di “amicizia” con l’occupante condividendo i momenti di vita in comune che procede nel tempo fino al 19 marzo 1943.

La sera del 19 marzo Piero con degli amici era andato a Castellafiume ed al suo rientro in casa viene accusato dal suo “inquilino” di aver rubato alcuni pacchetti di sigarette; la stessa accusa viene rivolta anche ad un altro giovane Giovanni Barbati, coetaneo di Piero, che abitava nello stesso caseggiato.
I due giovani vengono quindi  e condotti al comando tedesco e duramente interrogati durante la notte,  poi furono condotti entrambi in via “traetto”; lungo la strada Giovanni Barbati riuscì a fuggire e Piero rimase l’unica persona cui sfogare  tutto un odio ed una violenza assurda.
Piero, crudelmente torturato ed evirato mediante l’uso di un cappio di fil di ferro, venne infine ucciso.
La persona incaricata, indomani,  di recuperare il corpo riferì successivamente che “… il giovane aveva nel viso i segni di gravi terrori…”.

La madre, nelle stesse ore, preoccupata del mancato rientro del figlio durante il coprifuoco chiede con insistenza al suo “inquilino” notizie del figlio senza averne alcuna risposta.
La mattina successiva esce per ricercare il figlio e con l’aiuto dei fratelli riesce ad avere vaghe indicazioni da alcuni compaesani che la indirizzano in un luogo detto “via del traetto”.
Recatisi nel luogo indicato trovano il corpo del ragazzo privo di vita ed orribilmente seviziato.

Cosa fosse successo nell’arco di quella notte non è stato mai possibile scoprirlo; nel tempo si sono succedute diverse ipotesi  per spiegare, o meglio capire, questo delitto ma non si mai avuta una chiara risposta a questa domanda.
Le indagini condotte nel 1945 dai carabinieri di Capistrello, pur avendo escluso la sussistenza del futile motivo del furto delle sigarette, non hanno mai individuato la vera causa della atroce esecuzione.
Che con ogni probabilità  è da mettere in relazione con la volontà di creare un clima di terrore fra gli abitanti di Capistrello che rifiutavano di collaborare con le truppe tedesche e di nascondere possibili connivenze che i due giovani avevano avuto modo di notare.

Il caso fu chiuso, con tanti altri, dentro un armadio con le ante girate verso il muro.